2021-01-31

UNA PROBLEMATICA FAMIGLIA D’ORIGINE ALLA BASE DI OGNI FUTURA PERTURBAZIONE PSICHICA






di Germana Marini  
La letteratura di ogni genere ed epoca è prodiga di eclatanti testimonianze, concernenti uomini e donne di pensiero, fatalmente segnati da un’infanzia traumatica, o comunque non a misura di pargoli ipersensibili, e pertanto esposti ad ogni sorta di negative esperienze. 

Il pessimismo leopardiano è un emblematico esempio di come un geniale infante, allevato da una madre mentalmente limitata e bigotta, che a scopo penitenziale lo costringeva ad ingoiare delle bollenti minestre, e da un padre con alte mire in campo artistico, ma del tutto inadeguato a perseguirle, abbiano fatto lo scopo precipuo della vita di Giacomo uno studio ossessivo e indefesso, confinato da mane a sera nelle anguste, paterne stanze, preda di un logorante pessimismo, che contraddistinse, sin dalla più tenera età, i suoi strazianti versi. 

“Nasce l’uomo a fatica”,  giovanissimo scrisse,/ ed è rischio di morte il nascimento./  

Prova pena e tormento/ per prima cosa, e in sul principio stesso/ la madre e il genitore/ il prende a consolar dell’esser nato./ Poi che crescendo viene,/ l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre/ con atti e con parole/ studiasi fargli core,/ e consolarlo dell’umano stato:/ altro ufficio più grato/ non si fa da parenti a lor prole./ Ma perché dare al sole,/ perché reggere in vita/ chi poi di quella consolar convenga?/  Se la vita è sventura,/ perché da noi si dura?”…”. 

 

Non diversamente accadde a Franz Kafka, aspramente redarguito dallo sprezzante padre non in grado di cogliere nel figlio quell’innegabile talento che lo indusse a mettere in carta autentici capolavori, frutto di un’introspezione, in lui perspicace e acutissima, e altrettanto si potrebbe dire in ambito musicale, pittorico, scultoreo, di artisti che ci hanno tramandato opere di grande impatto e valenza, a firma, non di rado, di donne. 

 

Ma al di là di coloro che, artisticamente parlando, hanno lasciato il segno, il nostro obiettivo era in realtà il fare riferimento a quei figli del tutto “normali”, ma vessati da genitori, tesi a ricavare dagli stessi una realizzazione, da loro mai raggiunta, quale surrogato e rivincita. Pericolosi individui che, lungi dal vedere nelle loro creature soggetti apprezzabili, in quanto unici, irrepetibili, li percepiscono come fonte di perenni applausi e consensi; sino a farne dei narcisisti, la cui mania di protagonismo non si arresterà al cospetto di alcun ostacolo. Degli infelici, persuasi di non poter essere amati per loro stessi, per la loro tipica essenza. 

Le scuole di recitazione, di canto, di danza, straripano di madri dalle aspettative più improbabili, che non cessano d’incombere sugli sventurati, esasperati figli. 

 

Abbiamo potuto, anni fa, assistere a una vivida rappresentazione del suddetto malcostume in un filmato, la cui protagonista nel ruolo di madre era impersonato da Anna Magnani, che trascinava la sua recalcitrante bimbetta su qualunque set in cui fosse prevista la reclutazione  di infantili, aspiranti attori.  

 

“Non siamo padroni della vita dei figli”, ho scritto nel mio scorso articolo, citando uno stralcio della prefazione di Andrea Tornielli a un mio libro. 

“Ma chi”, ci sarebbe da aggiungere, “rammenta questo saggio concetto?...”. 

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