2020-06-04

ATTACCHI DI PANICO IN TEMPO DI CORONAVIRUS I PREZIOSI CONSIGLI DEL DOTTOR NATALE GUIDOTTI


di Germana Marini Rinverdire la memoria di chi ha vissuto la realtà di un servizio, sotto ogni aspetto eccellente: quello elargito dall’Ospedale lecchese di via Ghislanzoni, nel corso di oltre dieci intensi anni, compresi tra il 1989 e il 2000, e ragguagliare nel contempo le nuove generazioni in merito alla partecipazione dei medici a stage propedeutici all’accrescimento delle acquisizioni scientifiche, messe a frutto all’interno del contesto ospedaliero stesso: ecco le finalità di questo mio revival.

Il raccogliere in una pubblicazione unitaria, edita dall’Editrice C.B.R.S., una nutritissima serie d’interviste ai primari di ogni singola Divisione del presidio cittadino, da me effettuate in un lungo “Viaggio nel pianeta sanità”, mensilmente apparse sul periodico nazionale “il Punto Stampa”, si deve alla lungimiranza del direttore Claudio Redaelli, Consigliere dell’Ospedale provinciale di Lecco dal 1965 al 1981, e Vicepresidente dal 1975 al 1981,  succeduto al dott. Aldo Rossi, all’On. Vittorio Calvetti e al dott. Salvatore Bonalumi.
Pubblicazione dalla tiratura di 300 copie, in men che non si dica esaurite.
<< Questa singolare iniziativa >>, ebbe a dichiarare Redaelli, << posta in essere grazie alla preziosa collaborazione della giornalista Germana Marini e alla cortese disponibilità degli operatori sanitari, è di enorme rilievo, in quanto l’Ospedale rappresenta un’autentica risorsa, un fiore all’occhiello per Lecco, apprezzato com’è in ambito europeo, al punto che da ogni parte giungono qui per affidarsi a mani provatamente esperte >>. Aggiungendo: <<Posso ben dire che le articolate interviste della Marini rimarranno ad esempio di un  servizio giornalistico esclusivo, reso possibile dal lodevole impegno professionale, sia di chi le ha curate, che di chi ne è stato protagonista. Mi corre quindi l’obbligo di ringraziare sentitamente, non gli specialisti soltanto, bensì il personale infermieristico, paramedico, ausiliario, i tecnici,  le 75 operose, infaticabili suore all’interno del collegiato e tutti coloro che si sono prodigati al fine  di dar lustro a questa privilegiata
struttura >>.

Alcuni lettori ci hanno chiesto di trattare il, già da noi preannunciato, argomento su
quella tipologia di sofferenza psichica, riguardante gli “attacchi di panico”, così
attuale oggi, per l’ansia che un po’ in tutti ingenera il delicato periodo che stiamo
vivendo, all’insegna di quel temibile “Covid-19”, che pur in via di estinzione, come
si dice, tuttavia non demorde.
Lo facciamo riferendoci a un’intervista al dottor Natale Guidotti, primario della Divisione psichiatrica del Padiglione Carzaniga di Lecco, a suo tempo rilasciataci.
“Gli attacchi di panico , conseguenti alla vita frenetica, non a misura d’uomo che si conduce, rappresentano una particolare forma ansiosa, caratteristica della quale
è l’assoluta imprevedibilità e irragionevolezza, e che costituiscono un’autentica
condanna per chi li sperimenti. La paura è sempre poco piacevole, ma altro è provare timore per un reale pericolo, ed altro senza che incomba nessuna concreta minaccia. In pratica è l’ossessione di divenire preda di quest’assurda angoscia,
che, se non dominata, può indurre vistose alterazioni a livello fisico. Ma con quale incidenza e come si presentano questi subdoli attacchi, dottore?”.
“Diciamo che quelli da lei menzionati costituiscono senz’altro una patologia emergente. Al Pronto Soccorso di un Ospedale importante, come quello lecchese, giungono quotidianamente individui che hanno la percezione molto viva di una grande sofferenza acuta. Sofferenza che può essere fisica, psicologica o di vario genere, ma comunque molto marcata. Quello che colpisce è che tra queste manifestazioni di sofferenza, sono sempre più frequenti i casi in cui la stessa non è di tipo tradizionale, motivata cioè – come lei diceva – da danni oggettivi a carico del cuore, polmoni, ecc…, ma l’esame più accurato non evidenzia alcuna alterazione organica. Si perviene così alla diagnosi di “disturbo da attacchi di panico” attraverso un quadro clinico classico: il paziente, in uno stato di angoscia incontrollabile, lamenta di avvertire il senso dell’imminente perdita di coscienza e di morte. Presenta tachicardia parossistica, serio abbassamento, o innalzamento, della pressione arteriosa, ha gli occhi sbarrati, il respiro affannoso e trema vistosamente. E’ quasi sempre accompagnato da un familiare, giacché l’urgenza da lui avvertita e trasmessa a chi lo circonda è tale, che si scarta l’idea di chiamare il medico a casa, preferendo la corsa, in macchina o in autoambulanza, verso il Pronto Soccorso. Precisiamo che a dispetto della clamorosità dei sintomi, il più delle volte questo individuo comincia a tranquillizzarsi già durante le routinarie indagini, rassicurato dal poter beneficiare dell’assistenza sanitaria. Si tratta infatti di una forma di ansia estremamente intensa, con delle imponentissime manifestazioni psichiche, somatiche e comportamentali, ma fortunatamente transitorie. Questo è il solo lato consolatore, giacché la situazione è indubbiamente tragica a viversi e penosa a vedersi”.
“Anche perché al primo attacco ne seguono fatalmente altri, mentre il terrore di
recidive si acuisce ed esaspera, soprattutto in relazione a particolari circostanze…”.

“ Proprio così. Non per nulla noi veniamo informati di ciò che accade, quando il soggetto è vittima del terzo, quarto, quinto attacco di panico. Questo in quanto il primo passa per lo più inosservato, o lo si giustifica col fatto di aver avuto una “crisi”, imputabile a qualche contrattempo che ha agito da “elemento scatenante”.
Chi lo subisce si autoconvince di ciò, o è persuaso dal suo medico di fiducia a “farlo rientrare” con qualche goccia di Valium. Ma, come osservava lei, questi eventi tendono a ripetersi, e dopo il secondo attacco di panico la persona incomincia a stare all’erta. Di più: prende a collegare le cose. “Dal momento che il primo attacco si è verificato quando mi accingevo a compiere quell’azione”, si dice, “vuoi vedere che mi ricapiterebbe puntualmente qualora ci riprovassi?...”.  S’instaura così quella che noi chiamiamo “ansia anticipatoria”. Ogni volta che il soggetto starà per ritrovarsi nella medesima circostanza, sarà afferrato dallo sgomento”.
“ Ansia anticipatoria ben illustrata nel libro “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, che notoriamente soffriva di attacchi di panico. E’ lucidamente descritta la sua preoccupazione di fare un certo percorso, durante il lungo viaggio da Roma alle Dolomiti, con prestabilite tappe, onde usufruire di assistenza medica alla bisogna. Così pure non manca di enunciare tutte le “manovre di evitamento” (come le definite voi psichiatri), da lui messe prudenzialmente in atto. Ma di questo passo l’esistenza diviene veramente ingrata. Un circolo vizioso, dal quale come è possibile (se è possibile), uscire?...”.
“ Il libro di Berto, che ho letto a suo tempo con molto interesse, è senz’altro emblematico. E’ un dato di fatto che il raggio d’azione del soggetto impegnato unicamente ad evitare circostanze a rischio, si restringe a dismisura, fino a privarlo della benché minima autonomia. Nella maggioranza dei casi smetterà anche di lavorare, tanto più allorché raggiungere la sede lavorativa in auto implichi “imbottigliamenti” in colonna, o transiti in galleria, responsabili di precedenti stati d’incoercibile allarme. E’ facile per chi ne sta fuori esortare questi malcapitati a “vincersi”. Cosa in pratica inattuabile, che non fa che accrescere lo stress del paziente. D’altra parte noi specialisti abbiamo dovuto constatare che le Benzodiazepine, con le quali abbiamo sempre curato tutte le altre forme di ansia, qui non hanno effetto. La grande sorpresa è stata che in questi casi si sono rivelati di enorme efficacia gli antidepressivi, il che prova che gli attacchi di panico non si possono etichettare come una manifestazione di ansia tout-court, ma il nucleo da cui origina questa sofferenza è qualcosa di più profondo, connesso alla depressione, appunto. Per l’esattezza gli approcci farmacologici sono di due tipi: somministriamo o antidepressivi triciclici, quali l’Anatranil, che come rovescio della medaglia presenta svariate controindicazioni, o ansiolitici, fra cui assai valido è l’Alprazolam. Parallelamente a questi pazienti, ormai confinati in casa e che hanno ristretto la loro vita ad una esigua serie di abitudini, occorre che noi garantiamo un robusto sostegno psicologico, che si protragga almeno fintanto che si siano riappropriati della loro libertà”.
“E’ improprio ritenere che gli attacchi di panico, con relative “manovre di evitamento”, includano anche il “timore degli spazi aperti”, o Agorafobia, della quale lo stesso Alessandro Manzoni soffriva, e segnatamente la “Claustrofobia”, o quello di far uso dell’ascensore, come di venir introdotti in quell’angusto budello d’acciaio rappresentato dalla  Risonanza Magnetica Nucleare?  Ci tolga infine una curiosità: a che epoca risale il primo, conclamato attacco di panico?”.
“ Per rispondere alla sua iniziale domanda, trattasi appunto, come il termine stesso lascia intendere, di “fobie”, suscettibili di scatenare il panico. Specificherò poi che di “disturbo da attacchi di panico” si parla da non più di dieci anni, visto che dagli anni ‘80  questa diagnosi è stata ratificata ufficialmente nelle classificazioni psichiatriche. Ciò indurrebbe a credere si tratti di cosa recente. All’opposto tale patologia è stata presa in considerazione dal medico Greco Areteo di Cappadocia, che lo descrisse dettagliatamente nei suoi due famosi trattati, nel secondo secolo dopo Cristo. La realtà è che questo disturbo è sempre stato ritenuto collocabile nel grande calderone dell’ansia, mentre si diceva poc’anzi che è parente stretto della depressione, e come tale va affrontato”.

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