2020-09-16

1920, le fabbriche occupate nel lecchese


Gianfranco Colombo - In questo mese di settembre ricorre il centenario della storica occupazione delle fabbriche a Lecco. Il 2 settembre 1920 gli operai si insediarono nei principali stabilimenti lecchesi di allora: la Faini, la Fiocchi, la Badoni, la Piloni, il Caleotto, la Baruffaldi, la Metalgraf, le due Gerosa di Lecco e Pescarenico. Fu il culmine di un periodo di lotte operaie. Quello del 1919-1920, infatti, è stato definito da alcuni storici “biennio rosso”, per sintetizzare le lotte operaie e contadine di quel periodo. Peraltro, nel nostro territorio tutta la prima metà del secolo scorso, fu contrassegnata da agitazioni e proteste, che nascevano spesso in modo spontaneo a causa delle difficili condizioni di lavoro. Nel 1908, per esempio, le operaie dello stabilimento serico Gavazzi, che si trovava a Ballabio e che dava lavoro a 70 operaie, protestarono duramente contro la decisione del consiglio comunale che aveva deliberato la costruzione di una lavanderia e la conduttura di acqua potabile per alcune frazioni che ne erano prive, andando però a levare l’acqua  allo stabilimento.Accadde così che domenica 27 settembre «all’uscita della messa, si formò una forte dimostrazione. – scrive il Prealpino - I dimostranti, in grandissimo numero, staccato l’albo pretorio, lacerarono il foglio  contenente la deliberazione consigliare e quindi si diressero verso la casa del sindaco contro la quale furono lanciati sassi con rottura di vetri e proseguirono pel paese proferendo ingiurie e minacce contro i consiglieri». Le proteste ebbero uno strascico legale e nel marzo del 1908 venti operaie di Ballabio Superiore furono processate «per danneggiamento qualificato, oltraggio, lesioni, minacce e ingiurie e per avere, durante una dimostrazione ostile alla amministrazione comunale, distrutto l’albo pretorio, gettato sassi contro la casa del sindaco, ingiuriato e minacciato assessori e consiglieri e distrutto il pollaio del sindaco con relativa fuga delle galline nello stesso custodite». Cinque anni dopo, il 30 maggio 1913, il licenziamento di tre operai della Trafileria Colombo di Germanedo provocò uno sciopero che si protrasse per un mese, senza che le parti trovassero un’intesa.


 Il 30 giugno un centinaio tra scioperanti e simpatizzanti si presentò nei pressi della trafileria e si arrivò ad un autentico parapiglia: «Avvennero colluttazioni tra gli scioperanti e i militi, i quali poterono agguantare i feritori; ma dovettero, poi, rilasciarli, impossibilitati a fronteggiare la massa degli scioperanti che aveva invaso il locale. Questo poté infine essere evacuato e la folla degli scioperanti si sciolse». Nel corso della notte fu arrestato un certo Galli, reo di aver ferito due operai 
e poi «il delegato e il sottotenente si recarono anche all’abitazione di Ernesto Caporali, segretario della Camera del Lavoro per procedere al suo arresto, ma il segretario, subodorando il vento infido, pensò bene di non rincasare, né si fece vedere in alcun luogo». Il processo si celebrò alla fine di luglio del 1913. Il pubblico ministero chiese un anno e due mesi per il Galli e il Caporali ed altre pene minori, non superiori ai quattro mesi, per tutti gli altri imputati. Con la sentenza finale «il Tribunale – scrive Il Prealpino del 30 luglio  – assolve tutti gli imputati, fatta eccezione per il Caporali, lo Spreafico e l’Arrigoni che condanna, per il solo attentato alla libertà di lavoro, a un mese di detenzione». Nell’agosto del 1934 furono le lavandaie lecchesi a scendere sul piede di guerra. Motivo della protesta era il nuovo lavatoio alla Malpensata, ma soprattutto il divieto di andare a lavare i loro panni sulla riva del lago, dalla foce del Caldone alla Malpensata. Il problema era semplice. In quel tempo le donne che si recavano a lavare la biancheria fuori di casa erano circa 500; il lavatoio contava 52 posti ed era evidente che non ci sarebbe stato spazio per tutte. 


Per queste ragioni le lavandaie chiesero, almeno per quelle che abitavano lontano dal lavatoio, la concessione di potersi recare ancora al lago a lavare. La risposta del podestà di Lecco, Venceslao Pizzorno, arrivò tempestiva, ma prometteva vagamente nuovi lavatoi. Ovviamente le lavandaie continuarono a fare di testa loro. Infine, ricordiamo gli scioperi lecchesi del 7 marzo 1944 e gli arresti che ne seguirono. Quel giorno trenta lavoratori della Bonaiti furono arrestati dai nazifascisti proprio per aver scioperato. Di loro ventinove furono deportati nei campi di concentramento di Mauthausen-Gusen e Auschwitz. Da quell’inferno tornarono solo in sette e tra loro l’indimenticabile Pino Galbani, deceduto quattro anni fa, ed instancabile testimone di un fatto atroce che lo vide diciottenne finire nel lager di Mauthausen.

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