2018-07-03

Lecco “da borgo a città”, occorre scongiurare che 170 anni siano passati invano


di Claudio Redaelli
Da borgo a città. Sono passati 170 anni da quel 22 giugno 1848 quando Lecco venne elevata dal Governo provvisorio della Lombardia appunto al grado di città “per il fervore con cui abbracciò la causa nazionale e per la perseveranza onde in ogni guisa la sostenne, mostrandosi pronto ad ogni maniera di sacrifici”.

Su quella data e su quell’evento si soffermò Aloisio Bonfanti nel suo libro Dal vecchio borgo alla grande Lecco pubblicato nel 2007 a cura delle Edizioni Monte San Martino. E in quel volume si intrecciavano storie e vicende che si sono accompagnate al cammino percorso da Lecco per trasformarsi per l’appunto da borgo a città, così come non mancava un’attenta analisi dei problemi delle diverse realtà municipali cittadine, un tempo autonome e oggi quartieri della “grande Lecco”.
Il traguardo dei 170 anni è stato celebrato di recente dalla pubblica amministrazione a Villa Manzoni, luogo simbolo del capoluogo lariano e l’evento è stato anche un’occasione di riflessione sull’evoluzione degli assetti urbani mutati nel tempo, con profonde metamorfosi sociali ed economiche, oltre che politiche e istituzionali.

Lecco, è vero, ha saputo dimostrare di poter essere una città all’altezza delle tradizioni, della sua storia imprenditoriale e operaia e della sua testimonianza antifascista. E significativa è stata pure la stagione della solidarietà vissuta negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo.
Proprio su quel “capitolo” di storia cittadina si era soffermato, nell’appendice al libro di Bonfanti cui si è fatto cenno, l’indimenticato collega Angelo Sala. “L’attenzione si concentra in particolare - scrivevano Claudio Bottagisi e Claudio Redaelli nella prefazione - sulla risposta a due grandi problemi di una società in rapido sviluppo: quelli dell’assistenza e della casa. E la risposta, va detto, si diversificò secondo i problemi locali e - nel caso dell’assistenza - attinse motivazioni e spinte da una tradizione tutta lecchese piuttosto lontana nel tempo, ossia quella dell’ospedale della Beata Vergine Maria sorto nel 1594 per testamento di Giovanni Antonio Airoldi”.
“Una tradizione antica - si leggeva sempre nella prefazione - che ha largamente superato il traguardo dei 400 anni e che continua oggi negli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi”.
Angelo Sala, dunque, ricorda nell’appendice che “se già nel 1781 il borgo di Lecco poteva apparire dei migliori in popolazione e traffico della provincia, nel 1829 vantava ricchi stabilimenti. In un arco di tempo compreso tra la metà del Settecento e il primo trentennio dell’Ottocento si collocano dunque l’avvio e la prima affermazione dell’industria, che registrò un incremento in epoca napoleonica e una ulteriore espansione nel primo ventennio della restaurazione, quando la produzione risultò pressoché triplicata”.

E più avanti Sala scriveva: “In una situazione economica e agricola che punta all’autosufficienza, non occorre aspettare gli anni delle grandi carestie per trovare larghe fasce di poveri e miserabili, gente cioè che non ha lavoro, non sa trovare di che sfamarsi, non ha una lira per farsi curare. Il certificato di miserabilità rilasciato dal parroco resta l’ultima speranza per tanti di sopravvivere: è ad esempio quello che permetterà di ottenere gratuitamente dal Comune la polenta o il pane in caso di carestie e fame, l’esenzione da tasse e contributi, l’assistenza durante la malattia o il parto, il seppellimento dopo la morte. Poveri dichiarati ce n’erano tanti e dappertutto”.
Fin qui il passato. Ma 170 anni dopo la “promozione” di Lecco da borgo a città non si può fingere di non vedere la realtà di una città - Lecco appunto - che progressivamente rischia seriamente di morire, a iniziare dai rioni, oggi desolatamente spopolati e, verrebbe da dire, abbandonati a se stessi, dove la vita sociale è pressoché inesistente, con gli anziani in particolare a soffrire incolpevolmente di questo stato di cose.

Ecco allora l’esigenza, in primis da parte delle istituzioni pubbliche e di chi detiene posti di potere e responsabilità, di passare dalle parole (e dai proclami) ai fatti. Così che si possa tornare a dire che i 170 anni dall’elevazione di Lecco “da borgo a città” non sono passati invano.

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